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Voto
Descrizione
Wenders costruisce un'estetica seducente del quotidiano, ma il suo Hirayama è un uomo irrisolto e il film non decide mai da che parte stare. Yakusho è di altissimo livello; il resto suggerisce più di quanto affermi.Hirayama è un uomo che ha scelto una vita semplice. Lavora come addetto alla pulizia delle toilette pubbliche di Tokyo, colleziona musicassette e libri, e vive immerso in una routine fatta di ripetizione, ordine e piccoli rituali quotidiani. È una quotidianità che appare equilibrata, persino appagante, vissuta con una calma e una presenza rare. La sua socialità è limitata ma concreta, fatta di rapporti minimi e di una conoscenza attenta di ciò che lo circonda.
Wim Wenders dirige Perfect Days con uno stile elegante e sobrio, che riflette pienamente il suo protagonista. Il film abbraccia consapevolmente un linguaggio vicino a certo cinema orientale: lunghi silenzi, pause dilatate, un ritmo lento che si pone in netto contrasto con la Tokyo frenetica, luminosa e in continuo movimento. In questo senso il film raggiunge il suo obiettivo, proponendo una forma di resistenza silenziosa a un mondo che sembra non concedere spazio alla quiete, e suggerendo che uno stile di vita alternativo, lontano dalle imposizioni sociali, sia ancora possibile.
Tuttavia, ciò che emerge progressivamente è un ritratto meno armonico di quanto appaia in superficie. Hirayama, interpretato con straordinaria misura da Kōji Yakusho, è un uomo profondamente irrisolto. La sua scelta di vita, presentata per larga parte del film come modello di equilibrio e pienezza, viene incrinata da una incompletezza evidente: una rinuncia quasi totale al confronto umano, se non in frammenti episodici, che sembra più una forma di chiusura che una reale libertà. Il personaggio proviene da una famiglia benestante, altolocata, segnata però da fratture interne mai del tutto esplicitate, e la sua decisione di collocarsi all’estremo opposto appare come una sottrazione radicale, una forma di autoesilio più che una semplice scelta consapevole.
Il problema non è tanto la mancanza di ambizione, quanto l’assenza di un vero confronto con l’altro. Hirayama si rifugia in spazi sicuri e controllabili — la casa, i libri, la musica, la routine — e sembra preferire questi elementi materiali al rischio della relazione. Anche quando è costretto, per necessità, a privarsi di uno di questi oggetti, il gesto resta isolato, privo di una reale evoluzione interiore. Ne deriva il ritratto di una persona cosciente di ciò che la circonda, ma non fino in fondo, e che sembra evitare proprio ciò che potrebbe permetterle una crescita autentica.
Il sorriso finale, attraversato dal pianto sulle note di Feeling Good, diventa così uno specchio ambiguo: un momento di intensa emozione che però non risolve, ma conferma la frattura interna del personaggio. Ed è qui che emerge il limite principale del film. Perfect Days manca di un equilibrio strutturale e tematico. Per gran parte della sua durata sceglie di descrivere e affascinare, offrendo un’immagine seducente della vita semplice, fatta di luce che filtra tra le foglie, di bellezza nei piccoli gesti quotidiani, di un’esistenza priva di ambizione. Una visione nella quale è facile riconoscersi o rifugiarsi, soprattutto come desiderio.
La contrapposizione, il conflitto, restano invece relegati a brevi accenni, a spunti che non trovano mai un pieno sviluppo. Wenders sembra preferire il richiamo immediato e consensuale di questa estetica del quotidiano alla responsabilità di approfondire fino in fondo le zone d’ombra che il film stesso introduce. Il risultato è un’opera che suggerisce più di quanto affermi, ma che proprio per questo fatica a trovare un baricentro chiaro.
A differenza di Paterson di Jim Jarmusch, dove il protagonista è semplicemente «presente» e il film non chiede allo spettatore alcun giudizio, Perfect Days sollecita una valutazione inevitabile, senza però fornire strumenti sufficienti per orientarla. Il protagonista di Paterson non si limita a osservare la vita: la vive in piena presenza. Qui invece, il personaggio resta soprattutto un osservatore, quasi distante da ciò che lo circonda. L’interpretazione di Yakusho resta comunque di altissimo livello, costruita per sottrazione, capace di caricare di significato i silenzi e i vuoti, restituendo tutta la complessità emotiva del personaggio.
Perfect Days è quindi un film affascinante, elegante, ma incompleto. Racconta una lotta interiore senza mai decidere davvero da che parte stare. E proprio per questo lascia allo spettatore una domanda aperta, forse involontaria: stiamo osservando un esempio di libertà o il risultato di una rinuncia?
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2 Commenti
Stefano
Arrivo qui dalla recensione di Paterson, e devo un grazie sentito all’autore: è stato proprio il suo accostamento tra i due film a farmi scoprire Perfect Days.
Proprio per questo mi permetto di proporre la mia lettura. Hirayama non mi sembra chiuso all’altro: basta pensare al rapporto intenso con la proprietaria del bar, all’accoglienza della nipote, alla generosità verso il collega, fino a rinunciare a qualcosa di suo, al gioco delle ombre con uno sconosciuto malato. E poi lo scambio silenzioso di sguardi con il senzatetto, il sorriso offerto alla donna nel parco che non lo ricambia, la partita a tris portata avanti per giorni con uno sconosciuto attraverso un foglietto nascosto in un bagno. Perfino la birra e le sigarette comprate di getto, dopo aver visto la donna del bar abbracciare un altro uomo, raccontano un uomo tutt’altro che distante: uno che sente, che si turba, che ha un cuore esposto. Le sue parole sono poche e spese con parsimonia, ma sono vere, e le riserva a chi le sa accogliere.
La scena con la sorella mostra poi che la sua è una scelta lucida: un no alla ricchezza per un sì all’umiltà, al silenzio, alla luce che filtra tra le foglie ogni giorno diversa, come un piccolo miracolo che si rinnova. E quella contemplazione non è un rifugio solitario né un gesto fine a sé stesso: è la testimone simbolica di ben altro, di uno sguardo che sa cogliere l’unicità di ogni istante, e con essa quella di ogni persona che incontra. In un cinema pieno di storie sulla ricerca del denaro a ogni costo, è una scelta quasi scandalosa.
Ma la chiave di tutto, per me, sono le lacrime. Quelle dopo l’addio alla sorella e quelle del finale, sulle note di Feeling Good. Non le leggo come il segno di una frattura irrisolta; sono lacrime di chi ha toccato una gioia così piena da riuscire, nello stesso istante, a sentire tutto il peso del dolore, il proprio e quello del mondo, senza esserne travolto. Quando si tocca la bellezza, si avverte anche la pochezza di tutto il resto, e le lacrime possono sgorgare da sole. Lacrime di sollievo più che di sconfitta o dolore. Quel volto che piange e sorride insieme non è ambiguo: è la vita intera, accolta senza scegliere solo la parte bella. È lo stesso sguardo di Paterson, forse pagato a un prezzo più alto. Alla domanda finale della recensione, libertà o rinuncia, rispondo quindi libertà: una scelta consapevole, messa in scena in modo tutt’altro che involontario. E proprio grazie a quelle lacrime, il film mi sembra non solo elegante, ma anche compiuto.
Nicholas Scali
Il rapporto con l’altro non è chiuso, ma occasionale e non si apre mai a riflessioni. Questo porta il film a girare più sulla leva emotiva dello stile di vita piuttosto che sulla componente riflessiva. E quindi da qui la domanda: è una libertà o una rinuncia? Una domanda che forse furbescamente il film sceglie di non rispondere.
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