Perfect Days, la recensione: libertà o rinuncia?

Un film che non decide da che parte stare

2 Commenti

  • Stefano
    Pubblicato 26 Settembre 2026 alle 3:02

    Arrivo qui dalla recensione di Paterson, e devo un grazie sentito all’autore: è stato proprio il suo accostamento tra i due film a farmi scoprire Perfect Days.

    Proprio per questo mi permetto di proporre la mia lettura. Hirayama non mi sembra chiuso all’altro: basta pensare al rapporto intenso con la proprietaria del bar, all’accoglienza della nipote, alla generosità verso il collega, fino a rinunciare a qualcosa di suo, al gioco delle ombre con uno sconosciuto malato. E poi lo scambio silenzioso di sguardi con il senzatetto, il sorriso offerto alla donna nel parco che non lo ricambia, la partita a tris portata avanti per giorni con uno sconosciuto attraverso un foglietto nascosto in un bagno. Perfino la birra e le sigarette comprate di getto, dopo aver visto la donna del bar abbracciare un altro uomo, raccontano un uomo tutt’altro che distante: uno che sente, che si turba, che ha un cuore esposto. Le sue parole sono poche e spese con parsimonia, ma sono vere, e le riserva a chi le sa accogliere.

    La scena con la sorella mostra poi che la sua è una scelta lucida: un no alla ricchezza per un sì all’umiltà, al silenzio, alla luce che filtra tra le foglie ogni giorno diversa, come un piccolo miracolo che si rinnova. E quella contemplazione non è un rifugio solitario né un gesto fine a sé stesso: è la testimone simbolica di ben altro, di uno sguardo che sa cogliere l’unicità di ogni istante, e con essa quella di ogni persona che incontra. In un cinema pieno di storie sulla ricerca del denaro a ogni costo, è una scelta quasi scandalosa.

    Ma la chiave di tutto, per me, sono le lacrime. Quelle dopo l’addio alla sorella e quelle del finale, sulle note di Feeling Good. Non le leggo come il segno di una frattura irrisolta; sono lacrime di chi ha toccato una gioia così piena da riuscire, nello stesso istante, a sentire tutto il peso del dolore, il proprio e quello del mondo, senza esserne travolto. Quando si tocca la bellezza, si avverte anche la pochezza di tutto il resto, e le lacrime possono sgorgare da sole. Lacrime di sollievo più che di sconfitta o dolore. Quel volto che piange e sorride insieme non è ambiguo: è la vita intera, accolta senza scegliere solo la parte bella. È lo stesso sguardo di Paterson, forse pagato a un prezzo più alto. Alla domanda finale della recensione, libertà o rinuncia, rispondo quindi libertà: una scelta consapevole, messa in scena in modo tutt’altro che involontario. E proprio grazie a quelle lacrime, il film mi sembra non solo elegante, ma anche compiuto.

    • Autore dell'articolo
      Nicholas Scali
      Pubblicato 28 Settembre 2026 alle 12:25

      Il rapporto con l’altro non è chiuso, ma occasionale e non si apre mai a riflessioni. Questo porta il film a girare più sulla leva emotiva dello stile di vita piuttosto che sulla componente riflessiva. E quindi da qui la domanda: è una libertà o una rinuncia? Una domanda che forse furbescamente il film sceglie di non rispondere.

      Grazie 1000 per il sostegno

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